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Archeologia Medievale
UniSS
L'insegnamento di Archeologia Medievale nell'Università di Sassari

Orani, Su Campusantu Vetzu – Chiesa di Sant'Andrea, 2004

Il borgo di Orani sorge a 521 m s.l.m. nel territorio montuoso della Barbagia di Ollolai, un comprensorio di vocazione economica agro-silvo-pastorale, particolarmente ricco di testimonianze archeologiche, a partire dalla Preistoria fino al periodo postmedievale. Nota nelle fonti scritte a partire dall’XI – XII secolo, la villa di Orani era ubicata nel Medioevo nel settore sud-orientale della curatoria di Dore e nella diocesi di Ottana, fino alla soppressione di questa sede vescovile (1503) ed al suo accorpamento con la diocesi di Alghero. All’inizio del Cinquecento, Orani divenne possesso di vari feudatari spagnoli, fino alla costituzione (1617) del Marchesato di Orani, voluto da Filippo III, re di Spagna. Il sito oggetto dell’intervento archeologico è l’ex chiesa parrocchiale di Orani, di probabile fondazione medievale, dedicata a Sant’Andrea, ma i cui resti ci sono giunti in una redazione pienamente postmedievale: segnalata in rovina all’inizio dell’Ottocento in seguito al crollo del tetto, nel 1815-16 venne abbandonata e nel 1833 è definita come diroccata. I perimetrali dell’edificio continuarono comunque a definire uno spazio sacro, che fu utilizzato come cimitero per tutto l’Ottocento e fino ai primi due decenni del Novecento, fino alla costruzione del cimitero nuovo, avvenuta in epoca fascista. Per questo motivo, i ruderi dell’edificio, che oggi si presentano come uno spettacolare e monumentale recinto murario a cielo aperto (della superficie di circa mq 600 ), presero il nome, presso la comunità locale, di Su Campusantu Vetzu, che sostituì di fatto, nell’indicare il sito, l’originaria titolatura di Sant’Andrea.
Un cantiere di restauro e consolidamento dei ruderi (i crolli proseguirono infatti ancora alla fine del secolo scorso), condotto dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici delle Province di Sassari e Nuoro, con la direzione dell’Arch. Antonello Monsù, ha visto affiancarsi, nei mesi di novembre e dicembre 2004, un intervento di scavo archeologico mirato alla valutazione del sito ed all’acquisizione di elementi di datazione delle strutture murarie, nonché al recupero delle quote pavimentali, che erano state in larga parte rimosse già con i lavori di trasformazione della chiesa cinquecentesca in cimitero nel corso dell’Ottocento.
Da una visita pastorale del 1539 emerge che la chiesa (di forme catalano-aragonesi) in quell’anno è ancora in via di costruzione (o meglio di trasformazione dalle preesistenze, come chiarirà l’indagine archeologica degli elevati, curata da Luca Parodi), mentre dalle successive visite pastorali si deduce che i lavori furono completati attorno alla metà del secolo.
La campagna di scavo, realizzata con la direzione di uno degli scriventi (M.M.) e coordinata dall’archeologo Luca Sanna, con l’assistenza di Maria Antonietta Demurtas e di Enrico Petruzzi, ha visto la partecipazione di dieci studenti di Archeologia Medievale delle Università di Sassari e di Pisa. Sono stati complessivamente realizzati sei interventi di valutazione e di scavo stratigrafico all’interno del perimetro dell’edificio e tre shovel tests all’esterno.
Nonostante che le sepolture siano state in massima parte spostate nel nuovo cimitero all’inizio del XX secolo, numerose tombe tardo-ottocentesche sono state rinvenute nei vari settori di scavo, con un elevato indice di conservazione di resti organici e tracce dell’abbigliamento degli inumati: gambaletti in cuoio (sos gambaleddos), bottoni in filigrana (sos buttones) per camicia e per corpetti, che costituiscono materiale di elevato interesse per lo studio del costume tradizionale di questa particolare area interna della Sardegna.
Rosari e relative medagliette devozionali (terminali ed intermedie) rimandano a pellegrinaggi romani e verso altri santuari (sempre della medesima cronologia tardo-ottocentesca), mentre rari frammenti ceramici sono attribuibili a marmorizzate seicentesche di area medio-basso valdarnese, nonché a maioliche di Montelupo di fine XVIII-inizi XIX secolo.

(M.M., L.S.)